Come prevenire il burn out da smart working? Bisogna conoscersi bene Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Marzia Cikada

12 days ago Attualità, Donne & Salute49

Il Decreto Rilancio convertito in legge nel mese di luglio proroga lo smart working per il 50% dei dipendenti della P.A. fino al 31 dicembre 2020. Il Decreto Agosto prevede procedure semplificate per quello nel settore privato. Insomma, il ritorno nei luoghi di lavoro sembra lontano e si corre sempre più il rischio di burn out da smart working.

Non eravamo pronti a lavorare da casa. Non eravamo pronti a dover gestire contemporaneamente professione, famiglia e casa. A fronte di indubbi vantaggi come il risparmio di tempo negli spostamenti e la diminuzione dell’inquinamento (meno mezzi privati in circolazione), ricorrono anche dei disagi: non ci sono più orari e si è costantemente connessi.

Da qui al burn out da smart working il passo è breve. Nelle settimane precedenti, i sindacati hanno chiesto maggiori tutele e garanzie, di conseguenze alcune aziende hanno già siglato accordi ad hoc.

Ma cos’è e come si può evitare il burn out da smart working?

Lo abbiamo chiesto alla dott.ssa Marzia Cikada, Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Terapia Sistemico Relazionale e Terapista EMDR, che ci ha già aiutato ad affrontare la quarantena. Ora ci soccorre nell’affrontare uno degli effetti dell’emergenza provocata dal Coronavirus.

 

Cos’è la sindrome da burn out e in particolare quella da smart working?

Il burn out è quella condizione tipica di certi lavori usuranti, ma presente in ogni impiego, che rende il tempo del lavoro un tempo di dolore, di sofferenza. Se, come dicevi, da una parte si è rivelato positivo, d’altro canto ci sono molti elementi delicati da imparare a gestire per evitare il burnout.

Sono molte le storie di persone che si sentono in preda all’ansia per lo smart working, che non riescono più a concentrarsi e con disturbi del sonno. Molte di queste storie, anche raccolte da me durante i miei incontri, sono legate alla fatica di conciliare impegni di lavoro e familiari restando sempre in casa. Specie per chi ha figli o vive con i genitori. Uscire dalla porta di casa di permette di dare un messaggio, siamo altrove e intorno a quel luogo altrove, tutta la famiglia si riorganizza. Invece, lo stesso pc è quello del gioco, del lavoro, della musica, delle videochiamate. La stessa stanza è la stanza dove si gioca, si lavora ma, in alcuni casi, è anche la stanza di pranzo e cena, della tv, del tempo insieme. Questo crea un corto circuito. Soprattutto quando si ha avuto a che fare con la didattica a distanza.

La gestione dello spazio e del tempo fa la differenza tra una giornata di lavoro e l’incendio emotivo. Non significa solo avere a che fare con le richieste interne (coppia, prole, percezione personale di sé), ma anche con quelle esterne (responsabile, team, colleghi e clienti). In molti ambienti di lavoro, specie nei primi mesi, la mancanza di confini ha spinto a fare più richieste. Non ci sei solo quando ti vedo (in ufficio), ma sempre, tanto sei a casa! Questo errore madornale ha fatto rischiare a moltissime persone il proprio equilibrio, non riuscendo a dire no, lottando anzi con il senso di colpa “in effetti sto a casa!”. Errore!  

Il lavoro deve essere sempre lo stesso, anzi anche meno, visto che, il tempo di esposizione al pc aumenta moltissimo, specie se non costruiamo una buona routine per le pause, necessarie, e questo porta una serie di effetti, anche fisici, importante. Se così non fosse, se non impariamo a gestire lo smart working, possiamo manifestare, oltre a quelli già nominati, sintomi come irritabilità, eccessivo affaticamento, anche attacchi di panico o pensieri depressivi che portano a non riuscire più a lavorare o peggio, a creare conflitti che coinvolgono tutte le sfere della vita.

Quindi, il burn out da smart working, è legato ad una cattiva gestione dello stesso e parte da una visione complessa della realtà.

 

Quali sono le cose da fare per evitare il burn out da smart working?

Prima di tutto bisogna stabilire dei confini. Confini che hanno a che vedere con lo spazio di lavoro e con gli orari. Il primo deve essere chiaramente delimitato, se non si ha la possibilità di una stanza dedicata, quando si lavora la scrivania da lavoro deve mantenere una sua igiene, deve essere cioè sana, che vuole dire non solo pulita (visti i tempi) ma non inquinata da altro che non sia il lavoro. Non possono esserci intorno, sopra, sotto, segnali di tutt’altro.

Deve ricreare il nostro ambiente lavorativo il più possibile “ideale”. I tempi, poi, sono fondamentali. Non posso iniziare prima, finire dopo. Se il mio tempo di lavoro è finito, l’email può essere spedita domani. Se mando comunicazioni anche di notte, sto dando dei messaggi a me e agli altri (Chiedetemi tutto, sempre!), ma sto anche impedendo al mio cervello di “staccare”.

Darsi orari, rispettarli e farli rispettare è una prima attenzione che ci diamo. Questo deve essere poi condiviso – e, più difficile, accettato – da coppie, figli, genitori, persone con cui si condivide lo spazio. Questa è la parte più complicata, perché entra nelle relazioni. Specie per le donne, purtroppo che sono più facilmente quelle che rinunciano al lavoro in questo periodo, ritenute spesso le più sacrificabili, sovente da loro stesse. E anche qui il discorso sarebbe lungo e avrebbe a che fare con una ripartizione più adeguata di incombenze domestiche e impegni con la prole. Tutto ciò passa, necessariamente, attraverso una cultura, ancora in trasformazione, dei ruoli di genere e non solo.

È invece, da promuovere una buona politica delle pause. La pausa in ufficio è il momento della socialità, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, la lettura del giornale, due passi fino al bagno. Ecco, bisogna fare pause. Mettete una sveglia se necessario, non dimenticatela mai! Idem la fine del lavoro. Va scandita, magari lasciando spazio a un po’ di lentezza. Una camminata, una lettura, del movimento. Uscire di casa, giusto per poi rientrare in tutto quello che non è lavoro.

 

Lavorare da casa in serenità è possibile?

Sì, se… Chi lavora in ufficio vede in gioco anche la responsabilità di leader e politiche aziendali. Queste dovrebbero dare un senso al lavoro agile, che nasce per lavorare meglio e non peggio. Ciò passa attraverso un nuovo modello organizzativo, in molte aziende il lavoro da casa non era pensato fino a questo difficile 2020. Ora è realtà e si deve trasformare in una sfida che si vince insieme, azienda e persone che ci lavorano dentro.

Che significa? Dalla parte dell’azienda fare attenzione ai suoi leader, formarli se è il caso, scommettere su indipendenza, comfort, gestione autonoma degli orari, ma anche fiducia nel gruppo di lavoro, equità nelle richieste. In un ambiente di lavoro dove si respira coinvolgimento positivo, le persone sono più agganciate al loro posto e lavorano meglio – bada meglio e non di più – sono più produttive. Questo permette di percepire che la fatica viene ricompensata, facendo migliorare lo stato dell’umore e il clima con i colleghi. Le aziende dovrebbero avere a cuore – anche solo per il buon risultato sul fatturato – il benessere di chi lavora per loro. Dalla parte della/o smart worker ricordarsi tempi, orari, proprie necessità, condivisione con il gruppo.

Per chi lavora in autonomia, come professionista, è bene avere la stessa cura nel definire luoghi e tempi. Attenzione alla flessibilità in ottica di responsabilità, ma anche cura di sé e delle proprie esigenze. Una buona disciplina personale in armonia con chi siamo e con le nostre necessità professionali. In poche parole, è possibile evitare il burn out da smart working se ci conosciamo e sappiamo coinvolgerci senza esagerare, darci obiettivi raggiungibili, sempre facendo attenzione a come stiamo. Anche dicendo dei “No!” se serve.

Nel ringraziare la dott.ssa Marzia Cikada, vi invitiamo ad osservare e applicare questi consigli, almeno provate!

Luciana

Luciana Spina, tante cose, ma qui soltanto blogger. Adoro osservare la realtà. Lo spirito critico e la concretezza sono, nel bene e nel male, le mie caratteristiche.