Infanzia di un bambino adottato: cosa e come cambia? Lo abbiamo chiesto alla Cifa Ong

16 days ago Attualità, Bambini36

Alcuni di noi non sanno cosa significhi non poter avere dei figli naturali e quanto possa essere sofferta la decisione di ricorrere alla pma o all’adozione. Moltissimi non conoscono il percorso adottivo e non hanno idea di cosa e come possa cambiare l’infanzia di un bambino adottato. Occorre comprensione e imparare a mettersi nei panni degli altri. Sempre!

Per queste ragioni, questa volta in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’adolescenza, ho deciso di soffermarmi proprio sul tema delle adozioni. Così mi sono rivolta a Cifa ong e in particolare alle Psicologhe del Team Adozioni Internazionali: dott.ssa Cinzia Riassetto e dott.ssa Barbara Di Cursi per comprendere cosa cambia nella infanzia di un bambino adottato e cosa succede nella vita dei genitori adottivi.

 

  1. Cosa e come cambia l’infanzia di un bambino adottato?

L’adozione rappresenta un cambiamento radicale nella vita di un bambino che incide dal punto di vista affettivo ed emotivo, ma non solo.

I bambini arrivano all’adozione con una identità etnica e culturale molto diversa da quella con cui dovranno poi confrontarsi crescendo. Se pensiamo che già a quattro anni di vita un bambino ha interiorizzato la maggior parte degli elementi culturali del posto in cui ha vissuto, si può immaginare come anche l’adozione di bambini in tenera età, porta con sé delle fatiche nell’integrazione.

Il bambino dovrà adattarsi a usi e costumi diversi, dovrà trovare adulti capaci di integrare piano piano la sua storia pregressa con nuovi elementi che andranno a costituire la sua vita. È essenziale che i genitori garantiscano continuità e non cesura tra ciò che c’era prima e ciò che c’è adesso.

Dal punto di vista affettivo è evidente che il bambino conquista una opportunità di crescita in affetto, protezione e possibilità, diversa da quelle che avrebbe avuto se non fosse stato adottato. Conquista la possibilità di sentirsi soddisfatto nei suoi bisogni di cura, di autostima, di appartenenza da parte di due genitori amorevoli e presenti, che potranno aiutarlo a realizzare la sua vita, nel rispetto delle sue predisposizioni.

 

  1. È vero che nei bambini adottati si riscontra una percentuale più elevata di disturbi della personalità, dell’attenzione, e simili?

L’esperienza traumatica legata all’abbandono, il legame di attaccamento che hanno sperimentato, le eventuali esperienze negative che i bimbi hanno attraversato durante il primo periodo della loro vita hanno una fisiologica influenza sui comportamenti, sugli aspetti cognitivi e sulle capacità di attenzione e concentrazione.

Non bisogna dimenticare che in condizione di forte stress o di importanti cambiamenti (in primis l’adozione, ma poi l’inserimento scolastico, le perdite, i lutti, i passaggi evolutivi…) si possano perdere abilità e competenze che si possedevano perché si riattiva una esperienza traumatica emotivamente complessa che assorbe energia, attiva meccanismi di difesa e comportamenti regressivi. Con il tempo, la presenza e l’accudimento, questi fattori interferenti spesso regrediscono. Altre volte invece, è necessario mettere in atto supporti mirati.

 

  1. Gli aspiranti genitori adottivi si formano per non commettere errori nell’affrontare, prima di tutto, l’infanzia di un bambino adottato. Potremmo quasi dire che sono più preparati dei genitori naturali?

Le coppie devono affrontare un percorso complesso e impegnativo prima di poter incontrare il loro bambino. Nel caso in cui la decisione di adottare sia dettata, in primis, dalla difficoltà nel diventare genitore biologico, i coniugi devono innanzitutto attraversare un percorso emotivo individuale e di coppia per elaborare il lutto legato alla mancata genitorialità biologica. Comincia poi l’iter di approfondimento con il Tribunale dei Minori e i servizi sociali competenti per ottenere l’idoneità e dopo ancora i colloqui con gli Enti autorizzati (nel caso dell’adozione internazionale).

In tutte queste tappe, i coniugi vengono sollecitati e supportati dagli operatori a mettersi in gioco, a ripensare alle dinamiche della propria famiglia di origine, alle modalità educative nelle quali sono cresciuti, al loro rapporto di coppia e – soprattutto – sulle disponibilità reali che sentono di avere verso un bimbo in stato di abbandono. Disponibilità che non riguardano solo l’età o lo stato di salute, ma la sua storia, le sue ferite, i suoi bisogni emotivi e le eventuali provocazioni.

Prima di presentare disponibilità al Tribunale dei Minori, le coppie seguono un corso di avvicinamento all’adozione organizzato dalla Regione nella quale risiedono; svolgono poi un’istruttoria con i servizi sociali competenti per affrontare la prioria storia personale e di coppia e per cominciare a riflettere su chi siano i bimbi in stato di adottabilità quali esperienze possano aver vissuto, quali traumi e quali risorse portano con sé, quali comportamenti possano mettere in atto, ecc…

Una volta individuato l’Ente autorizzato a cui dare mandato, la formazione e lo scambio con gli operatori continua attraverso corsi di formazione, seminari di approfondimento, gruppi di confronto e colloqui individuali.

 

È dunque, evidente che il percorso adottivo è lungo, tortuoso e mette alla prova sia il bambino che la coppia. Sapere di cambiare l’infanzia di un bambino adottato e incidere poi su tutto il corso della vita deve rappresentare di per sé qualcosa di molto appagante.

 

Luciana

Luciana Spina, tante cose, ma qui soltanto blogger. Adoro osservare la realtà. Lo spirito critico e la concretezza sono, nel bene e nel male, le mie caratteristiche.