Passione per il calcio, un’eredità e una scelta anche femminile Dalla tradizione familiare al vero amore per questo sport

9 months ago Attualità152

Ma come fai a piangere per il Brasile che è stato eliminato dai Mondiali, con tutti i problemi che ci sono nel mondo?” “Cosa t’importa di una partita di calcio? Pensa a qualcosa di più importante!” Queste sono domande che sento spesso e che mi faccio anch’io, ma che sia il Toro o il Corinthians, che sia il campionato brasiliano o quello italiano, non riesco a liberarmi della passione per il calcio. Ora vi spiego il perché.

Mi ricordo ancora la prima volta che andai allo stadio. C’era stata tanta attesa, e finalmente il giorno per vedere dal vivo una partita di calcio era arrivato. Con mio nonno, mio papà e mio fratello, andammo al Morumbi per vedere il mio amato Corinthians, il Todo-Poderoso Timão, giocare (e vincere) contro il padrone di casa, nostro eterno rivale, il Sao Paulo. Più che il risultato (3 a 2 per noi), però, mi ricordo le emozioni e le sensazioni. Mentre salivo gli scalini per arrivare alla curva, sentivo gli inni dello stadio, la “galera” (folla) che urlava impazzita, mentre aspettava il calcio d’inizio. E poi, finalmente, essere in mezzo a loro, essere una di quelle tante voci sconosciute, unite dalla passione per una grande squadra.

Nacque lì la mia passione per il calcio? No, perché nelle famiglie Braghiroli (di papà) e Romanato (di mamma) la passione per il calcio c’è sempre stata, quindi ce l’avevo già nel sangue. Sono cresciuta guardando le trasmissioni in tv, sentendo le partite alla radio, discutendo di calcio con familiari e amici. Così sin da piccola ho imparato a distinguere un calcio di rigore da un normale fallo, a riconoscere un fuori gioco, a capire il calcio d’angolo. Sapevo chi erano i difensori, chi gli attaccanti, chi i centrocampisti. E mi piaceva, come mi piaceva!

D’altronde, le passioni di solito non hanno una spiegazione logica – altrimenti non si chiamerebbero passioni. Semplicemente ti invadono e ti trascinano, fin quando si trasformano in vero e proprio amore, che è quello che dura, a volte per sempre. A questo punto rimani fedele in ogni avversità. Nel calcio, questa fedeltà significa che amerai per sempre la tua squadra, anche quando non vincerà il campionato brasiliano per 23 anni. Anche quando andrà in Serie B. Anche quando ci metterà 52 anni – CINQUANTADUE – per vincere la Copa Libertadores da América (accadde nel 2012).

Frequentare lo stadio, quando ero ragazzina, era comunque un evento speciale. In Brasile non esistevano gli abbonamenti, e il budget famigliare non ci permetteva di andare ad ogni partita giocata in casa, come ci sarebbe piaciuto fare. Ogni volta che mio papà ci diceva: “Questa domenica andiamo allo stadio”, era un fervore e una eccitazione. Le occasioni per guardare dal vivo una partita, però, non si limitavano ai grandi match: mio papà  ha, per tanti anni, giocato a calcetto, e mio fratello ed io lo seguivamo sia negli allenamenti, sia nelle partite. Molto fieri di essere figli di un calciatore, seppur amatoriale.

Nel 2006, quando decisi di passare sei mesi in Italia e conobbi mio marito, indovinate un po’ dove mi portò… facendomi innamorare per sempre? Torino vs Mantova, 11 giugno, Stadio delle Alpi (Torino). Dopo 30 minuti in curva Maratona, sapevo già il 70% degli inni granata. Mi feci trascinare da questi: anche in Italia avrei avuto bisogno di una passione calcistica. Il Toro era in serie B, vinse per 3 a 1 e tornò in serie A. Piccoli particolari che arricchirono la giornata: i miei antenati paterni sono della provincia di Mantova (San Benedetto Po), il Corinthians giocò nel 1948 un’amichevole con il Grande Torino, la stessa formazione che un anno dopo si schiantò contro le colline di Superga. Dopo la tragedia, il Corinthians scese in campo con una maglia granata per onorare i grandi calciatori scomparsi.

Nel 2007, quando mi trasferii definitivamente in Italia, le prime cose che feci furono cercare i documenti dei miei antenati per la cittadinanza e abbonarmi alla curva Maratona! Il Corinthians, ovviamente, non l’ho mai abbandonato. Nel 2012 in occasione della finale della Libertadores, andai a vedere la partita in un albergo torinese che offriva il pacchetto Sky Sport, e la guardai alle 2 di notte con mio marito, mentre allattavo la mia bimba più piccola. Infatti, è inevitabile trasmettere la mia passione anche alle mie figlie e per diverse volte siamo andati tutti insieme allo stadio. Abbiamo visto in Brasile il Corinthians e a Torino il Toro.

 

Tornando, quindi, alla domanda con cui ho aperto questo articolo: essere una tifosa appassionata non vuol dire che non mi preoccupi dei tanti problemi dell’umanità, però una cosa non esclude l’altra. So perfettamente che il calcio è molto cambiato rispetto a 40 anni fa: una volta, anche i calciatori erano appassionati delle proprie squadre e non cambiavano da una all’altra a seconda di chi offriva un contratto migliore. Oggi, purtroppo il calcio è diventato un business e i soldi che girano intorno sono assolutamente esagerati. Il problema è che la mia passione nacque molto prima, quando per esempio il dottore Socrates giocava a calcio e allo stesso tempo studiava Medicina. Non solo… fu anche l’autore della famosa “Democrazia Corinthiana” nel 1982.

Sì, nel bene e nel male sono una brasiliana appassionata del calcio e non capisco perché qualche amico, ogni tanto, si stupisca di questa mia passione. Quando ero in curva Maratona, c’era un numero significativo di donne di tutte le età, altrettanto appassionate. Se mi ritrovo a parlare di calcio tra amici, cosa che succede più di rado da quando sono diventata mamma, quindi frequento occasionalmente lo stadio, lo faccio comunque con la stessa passione con cui salii gli scalini dello stadio del Morumbi a sette anni di età.

Marcia

Marcia Braghiroli, 48 anni, giornalista. Ho conseguito la laurea in Scienze della comunicazione in Brasile. Sono anche mamma, consulente alla pari per l’allattamento e catechista. Ho sempre scritto con passione: imparare a farlo in italiano è stata la mia grande sfida, ma anche una bella soddisfazione.