Andreja Restek, la fotoreporter di guerra che ha capito cosa è la felicità

4 months ago Lo Specchio di Venere238

Nella soleggiata Piazza San Carlo di Torino, incontro la pluripremiata fotoreporter di origini croate Andreja Restek. L’emozione è fortissima e mi avvento su di lei appena la individuo.

È magrissima e minuta. Ha un bel volto disteso e un calore nei modi di fare che mi stupisce, considerando che nella sua vita personale e professionale ha incontrato la guerra più volte sotto tanti nomi diversi.

Mi propone un caffè. Menomale che ci ha pensato lei visto che la classica “ansia da prestazione” per questa intervista stava per prendere il sopravvento.

Iniziamo a parlare e quasi immediatamente ho la sensazione che imparerò molto.

Andreja Restek è giornalista e fotoreporter di guerra. Ha fondato e tutt’ora dirige APR news. Collabora con diverse testate giornalistiche, enti e aziende sia italiane che estere.

Il suo lavoro consiste nello studio e nell’osservazione del fenomeno del terrorismo e dei gruppi terroristici, portando avanti inchieste indipendenti sui diritti umani e sui traffici illeciti. È stata 4 volte in Siria, diverse volte nel continente africano, nei Balcani ed anche in Russia e Crimea.

Andreja Restek ha vissuto con i bambini colpiti dalle guerre, ha seguito i rifugiati, ha incontrato i mujaheddin e i reclutatori dell’Isis.

Nei suoi occhi c’è il dolore che ha catturato con le sue fotografie. Nella sua voce c’è la fermezza di chi sa bene quali sono le cause di tanta sofferenza.

Ha ricevuto diversi premi nazionali e internazionali per le sue fotografie. L’ultimo, in ordine di tempo, è il Premio Civitas consegnatole lo scorso febbraio.

Le sue opere sono pubblicate in diversi libri e sono state messe in mostra in esposizioni sia individuali che collettive. Ha ideato la mostra “In Prima Linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra”.

 

Cosa occorre per esercitare il mestiere di fotoreporter?

Studiare molto. Non ci si può improvvisare, perciò occorre studiare bene storia, geografia. Bisogna conoscere la storia del paese in cui si vuole andare, i personaggi, le relazioni.

Devi sapere il motivo che sta dietro un’affermazione fatta da un uomo politico di un’altra nazione, non è detto che non ti interessi – se conosci le relazioni.

Avere anche conoscenze dal punto di vista militare: se corri con una persona armata e nel cielo stanno girando dei droni, tu sei visto come un bersaglio.

Occorre conoscere le armi che sono state usate nei Balcani perché se non sono state distrutte potresti ritrovartele altrove.

Devi saper riconoscere un mujaheddin solo vedendolo. Devi sapere che ci sono delle differenze tra la guerra in Siria e quella in Afghanistan. Tu sai che ci sono ben 200 definizioni di terrorismo?

Ecco se non sai tutto questo, non puoi andare in certi contesti a scattare fotografie perché devi avere rispetto. Non puoi rubare la loro anima, la loro storia. È l’ultima cosa che hanno!

 

Il concetto di rispetto tornerà più volte durante l’intervista e ogni volta rimarrò rapita dalle sue parole. Andreja Restek ha semplicemente ragione. Punto e basta!

 

Hai coniato la definizione “Terzo sesso”, cosa intendi?

Per le donne in certi paesi non è così facile muoversi. Non hanno gli stessi diritti degli uomini. Per esempio, in un campo profughi, le donne e gli uomini mangiano separati, ma se tu vieni invitata a mangiare con gli uomini, loro non ti vedono come una donna – anche se lo sei.

In un gruppo di mujaheddin se questi ti accettano – il passaggio è molto difficile – e ti offrono persino da mangiare, tu non sei più vista come una donna, alla quale non si stringe la mano perché impura, sei vista come un terzo tipo di persona: il terzo sesso.

Sei vista come un’identità a sé stante, non un uomo, non una donna. Come un terzo sesso perché sei stata messa alla prova e se rispetti le loro regole senza giudicare, puoi essere accettata.

Il mattino mi hanno minacciata, il pomeriggio mi hanno chiesto di trovargli la moglie in Italia.

 

Eccolo di nuovo il rispetto… anche per qualcosa che non condividi.

Chissà se davvero lo abbiamo sempre.

Hai rischiato di non tornare?

Si. Quando è stato rapito e ucciso il mio fixer[1].

Si. Durante un incontro in Turchia con un reclutatore dell’Isis. Mi hanno chiesto se ero interessata all’intervista alle 8 di sera, ma alle 2 avevo l’aereo per rientrare a casa. Io ho dato appuntamento in un luogo pubblico e mi sentivo sicura. C’era anche uno dell’Islamic Army. Mi hanno raccontato come hanno tritato un uomo davanti alla sua famiglia e delle cose terribili dette apposta, cose equivoche sull’Europa, molto provocatorie anche sulle donne. Prima di andare via non ci ho più visto e gli ho detto: “Tu sei mai stato in Europa? L’hai mai vista? Le donne in Europa sono come me hanno due coglioni così e quando vieni ti mettono il burqa.”.

Dopo tutti quei racconti non sono più riuscita a controllarmi. Mi sono alzata – c’era un silenzio di tomba – sono andata via. Avevo il taxi pronto sotto l’albergo per andare in aeroporto, ma nessuno ha voluto portarmi via forse perchè avevano avvertito tutti. Alla fine, è stato il direttore dell’albergo, personalmente, a portarmi via da lì. Se fossi rimasta un altro giorno lì, sparivo.

Adesso lo posso dire mi sono tolta una gran soddisfazione.

 

Qual è la cicatrice invisibile più profonda che ti è rimasta?

Tante sai.

Un paio di bambine, dopo i bombardamenti, sono rimaste con solo con un sacchetto di plastica in mano. I figli di un medico pulivano il sangue dall’ospedale, dopo i bombardamenti, con uno spruzzino come quelli che noi usiamo per innaffiare le piante.

Ricordo un bimbo di cinque anni di Raqqa (Siria) che lavora come bambino schiavo insieme alla famiglia.

Una dodicenne che voleva fuggire dal califfato è diventata la sposa del califfo.

In Etiopia, un bimbo di 4 anni, non aveva il pezzo di sotto dei vestiti e io gli ho dato solo una caramella, ma non sapeva cos’era, allora l’ho scartata gli ho fatto vedere che poteva mangiarla. Quando l’ha messa in bocca sembrava che gli avessi dato più di un gioiello e le altre caramelle le teneva strette strette in mano. Io lui non lo scorderò mai.

La signora in Sierra Leone che girava coperta solo sotto (con il seno fuori) perché aveva rispetto della natura. Le ho fatto delle foto, poi abbiamo chiacchierato lungo la foresta. Quando le ho fatto vedere le foto che le avevo scattato, lei mi ha abbracciata perché non aveva mai visto sé stessa.

Senti ti vorrei raccontare anche delle cose belle: i rifugiati che mi hanno protetto lungo i Balcani. Una signora in Ungheria mi ha regalato un barattolo di melanzane per la mia famiglia.

Le bambine di Raqqa, quando mi hanno rivisto, mi sono venute incontro e mi hanno raccolto un mazzo di fiori che mi sono portata a casa. Mi hanno riconosciuto… non si aspettavano, mai più nella vita, che io tornassi.

Alcuni bimbi piangevano, urlavano, io volevo consolarli e loro strillavano. Poi ho capito. Sai quando noi diciamo “stai buono se no arriva l’uomo nero”, le loro nonne dicono “stai buono se no arriva l’uomo bianco” così vedendo me hanno avuto paura.

Noi pensiamo che le guerre succedano agli altri. E’ stato così in Croazia, Ucraina, Crimea. È così sempre, ovunque, pensi che accada agli altri. Perché quando tu non proteggi questi beni preziosi che sono la democrazia, la libertà, può succedere che poi li perdi e che trovi i carri armati sotto la finestra. Sono beni che dovresti curare come il tuo migliore amico, con amore sempre. Non solo ogni tanto.

 

Secondo te la situazione politica italiana corre questo rischio, in questo momento storico?

Non è bella la situazione politica italiana. Non è bella la situazione politica mondiale perché si è persa la cosa più importante: l’umanità. Si è persa la visione. L’uomo non è più la cosa più importante.

Si ricomincia a guardare la religione, il colore. Stiamo tornando indietro. Si stanno perdendo i diritti. Se guardi ci sono stati in America in cui si sta proponendo la pena di morte per l’aborto. Diritti, per i quali le donne hanno combattuto. Questa libertà di scelta: Usa, Iran e Arabia Saudita si stanno impegnando per perderla. Anche noi ci stiamo impegnando per perderla e no cavolo io scendo in piazza alla grande. Stiamo rischiando di brutto.

Una volta c’era questo desiderio di avere un politico meglio di noi perché poteva fare di meglio: più bravo, più colto, più intelligente. Allora adesso noi vogliamo uno come noi e no cavolo anche no! Siamo un disastro. Abbiamo perso completamente la capacità di analisi, leggiamo una parola, ma non la analizziamo. Siamo così superficiali e pensiamo che c’è solo adesso. Non pensiamo che ci sono i nostri figli, i nostri nipoti.

La maggior parte delle guerre sono legate alle risorse naturali. In queste guerre non abbiamo mai pensato all’importanza delle donne perché quando gli uomini combattono, chi pensi che mandi avanti la famiglia? Chi porta avanti i mestieri fatti dagli uomini? Poi, quando arriva il momento decisionale, ci sono il 4% che firmano.

Hanno tenuto sulle spalle tutta una società… Non ci riflettiamo!

 

Ora sei cittadina italiana?

Ero in fila per il permesso di soggiorno. Me lo ricordo bene… Ho ricevuto sputi in faccia da qualche italiano. Ora lo racconto con tranquillità. Forse tutto ciò ha fatto sì che io possa parlare di certi argomenti.

Capisco certi sentimenti perché quando parlo con le persone o le fotografo, so cosa provano perché l’ho provato sulla mia pelle. Niente è dovuto!

Non ci è dovuto niente, né storia, né foto, né niente. Allora bisogna essere rispettosi. Questo è l’ultimo bene che loro ci danno e noi dobbiamo essere proprio rispettosi, anche nei confronti di coloro che leggono e guardano le foto. Se no facciamo un altro mestiere. Una cosa molto grave del nostro giornalismo è che, a volte, si è poco seri.

Io non so se esistono differenze tra uomini e donne in questo mestiere. È tutto basato sulla propria esperienza. Nelle zone di guerra, le donne possono accedere più facilmente a determinate situazioni e gli uomini ad altre. Come riportiamo la notizia dipende dalla nostra esperienza personale, da ciò che abbiamo vissuto nella vita e dalla nostra sensibilità. Io credo che queste siano proprio le cose fondamentali: l’umanità e il rispetto del prossimo. Il rispetto dovrebbe essere fondamentale sempre, ovviamente anche in questo lavoro.

 

Io e Andreja Restek terminiamo il nostro incontro parlando di famiglia, dei figli e della felicità come qualunque due mamme davanti ad un caffè. Emerge ancora il suo profondo rispetto per le persone e mi spiega che la forma più elevata di amore è la libertà. Non posso fare altro che rendermi conto di quanto questa sia data tanto per scontato quanto limitata.

Torno a casa felice perché ho ascoltato con attenzione un’amica tornata da un lungo viaggio. Sono felice perché ho imparato tanto su ciò che accade, neanche troppo lontano da me. Fino a quando ci sarà qualcuno che osserverà il mondo con rispetto e indipendenza c’è speranza. Grazie Andreja Restek!

 

 

 

[1] Persona che accompagna, come una specie di guida di guerra: non puoi muoverti da solo perché non sai dove sono i posti di blocco e chi sono. Si usano come interpreti. Sono anche armati.

 

Luciana

Luciana Spina, tante cose, ma qui soltanto blogger. Adoro osservare la realtà. Lo spirito critico e la concretezza sono, nel bene e nel male, le mie caratteristiche.