Milena Boccadoro: una chiacchierata su libertà di stampa e comunicazione al femminile

Mai come in questo periodo è rilevante parlare di come dovrebbe essere l’informazione e di come dovrebbe avvenire la comunicazione. Per questo abbiamo incontrato, via Skype, Milena Boccadoro, volto noto del TG3 Piemonte, la testata regionale della RAI.

Grazie ad una borsa di studio entra in RAI nel 1982. Oggi è caposervizio del TG Regione Piemonte e in questo periodo di emergenza sanitaria è spesso in diretta dall’Unità di Crisi della Regione Civile.

Con lei abbiamo fatto un salto indietro fino al 1993. A quando l’Assemblea delle Nazioni Unite dichiara il 3 Maggio, Giornata Mondiale della Libertà di Stampa. Lo scopo è, ancora oggi, dare risalto all’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. È dovere dei governi sostenere e far rispettare la libertà di parola.

Proprio questo è il punto di partenza della nostra intervista a Milena Boccadoro che sottolinea la centralità dell’informazione e specifica:

milena-boccadoroHa un grande importanza e una grande responsabilità. Soprattutto in questo momento, quello che si dice sull’emergenza e come se ne parla è molto importante. Le informazioni ormai sono a getto continuo e questo impedisce, in un certo senso, di poter fare le verifiche necessarie. Per questo motivo i Giornalisti hanno delle grosse responsabilità. Muoversi in questo profluvio di informazioni non è facile. Perciò sì, la Libertà è fondamentale, ma bisogna anche avere una grande Responsabilità e Coscienza nello scrivere.
Nella mia esperienza raramente mi sono ritrovata a vedermi censurata, credo che questo sia importante dirlo. Più che la censura esterna, temo in realtà quella interiorizzata da ognuno di noi quando si evita di parlare di un certo argomento o non lo si approfondisce. Quello che più mi preoccupa è la capacità di mantenere una propria indipendenza di pensiero e quindi, anche di racconto, chiedendosi ogni volta quanto quel pensiero appena espresso sia realmente libero. Ci sono paesi in cui la libertà di espressione è negata apertamente. Nel nostro paese non è così per fortuna, ma ci sono pressioni più subdole che riguardano cose di cui non si parla o se ne parla marginalmente. Ha a che fare molto con le scelte individuali.

 

Secondo Milena Boccadoro la comunicazione politica, ad esempio, in Italia è drogata… purtroppo.

Ci fa notare che non c’è mai stata questa grande indipendenza del Giornalismo dal potere politico, sebbene ci siano grandi firme e una grande tradizione di Giornalismo Indipendente. Ritiene che la comunicazione politica anche in questo difficile momento, sia segnata da polemiche che vanno al di là dell’emergenza sanitaria e gli appelli legati alla necessità di rimanere uniti restano inascoltati.

Questa “Comunicazione Drogata” potrebbe essere identificata da un fattore culturale? In Italia avremo mai una comunicazione più limpida?

La comunicazione a livello istituzionale in Italia è tutta in mano agli uomini. Nella Task Force non c’è nemmeno una donna. Ma è possibile che non ci fosse una esperta da coinvolgere? Se ricordate, all’inizio di questa pandemia a isolare il covid-19 è stato un team quasi tutto al femminile dello Spallanzani di Roma.  Fatta di donne anche la squadra che lo ha isolato nei laboratori dell’ospedale Amedeo di Savoia.
C’è un problema di equa rappresentazione del nostro mondo che non è fatto solo di uomini. Mi chiedo se non sia fondamentale cominciare a riflettere sul fatto che la comunicazione sia fatta in questo modo perché è fatta da uomini.

Quindi, più che un fattore culturale è un fattore di genere?

È un fattore culturale che si riflette sul fattore di genere perché nella nostra cultura la vox populi è quella delle donne, mentre la voce dell’esperto è quella dell’esperto maschio. C’è ancora questa idea che se devi raccogliere un’opinione è quella dell’esperto uomo.

Per scardinare questo meccanismo le giornaliste di GIULIA, Giornaliste Unite Libere e Autonome, hanno iniziato a costruire una agenda al femminile con nomi di esperte in vari settori (scientifico, economico, giuridico e molti altri). Uno strumento per dare voce e visibilità alle donne e riconoscere lo stesso valore ai due generi.

 

Questo si nota anche nel linguaggio per definire le professioni al femminile, giusto?

Certo, ma non bisogna inventare niente. La grammatica italiana ha il singolare, il plurale, il femminile e il maschile. Questo aiuta a definire quello di cui stiamo parlando. Se io dico “postino” e “postina” significa che posso dire anche “ministro” e “ministra”. Il fatto che si dica che suona male è perché non è mai stato usato. In italiano non esiste il neutro, esiste quello che viene chiamato “maschile prevalente”, che poteva avere senso finché c’era un’effettiva prevalenza di uomini in alcuni ruoli. Le porte della magistratura si sono aperte alle donne solo a metà degli anni ’60, ma adesso sono ormai più della metà, quindi perché non possiamo dire “La Pubblico Ministero”?  La Giudice?
milena boccadoro donne con la ANon dobbiamo inventarci delle parole tipo “Avvocatessa”. Basta applicare le regole e avvocato diventa avvocata, chirurgo diventa chirurga, così come architetto varia in architetta. Ci abitueremo a questi nomi anche se prima non c’erano. Bisogna superare anche l’ostilità di alcune donne, che vogliono essere chiamate al maschile perché si sentono aderire di più ad un ruolo importante. Architetta non è meno importante di architetto, è la stessa cosa. Dobbiamo usare la lingua italiana.

 

 

 

milena boccadoro donne con la aA questo proposito Milena Boccadoro ci ricorda la campagna Donne con la A, ideata dall’Associazione Senonoraquando? Torino, che ha anche collaborato al progetto “Io parlo  e non discrimino” per declinare nei due generi il linguaggio delle istituzioni.  Progetto coordinato dall’Università di Torino a cui hanno aderito il Comune di Torino, la Regione Piemonte e molti altri enti pubblici. Infatti, le istituzioni devono rivolgersi tanto al cittadino quanto alla cittadina. I protocolli adottati finora hanno dimostrato che questo cambio di rotta comunicativo è possibile. Oggi ad esempio esistono assessore e sindache.

 

Pensi che questa mancanza di riconoscimento del genere femminile riguardi anche il fenomeno della violenza sulle donne?

Nella fase in cui si verifica la violenza bisogna sanzionare il maltrattante: allontanarlo e punirlo a norma di legge, garantire risorse per la case rifugio, sostenere le donne nella costruzione di una vera indipendenza economica. Ma per fermarla bisogna agire sui comportamenti degli uomini, sul loro modo di esternare la rabbia, sul loro bisogno di dominio.
Sicuramente qualcosa sta cambiando, ma c’è ancora l’idea che picchiare una donna sia normale.  “L’ha uccisa perché l’amava troppo” o “L’ha uccisa perché era geloso”, in tante ci siamo battute e ci stiamo battendo perché non si debbano più’ leggere sui giornali titoli come questi. Il linguaggio è importante perché ha a che fare con tutta la base culturale degli stereotipi che alimentano la violenza. Se non si agisce alla radice del problema cambiando l’approccio dei rapporti tra uomini e donne, io credo sarà difficile scardinare la violenza. Su questo deve avere un ruolo molto importante la scuola. È ancora spaventoso come i libri di testo raccontino bambini e bambine. I bambini giocano a palla, le bambine no. I papà vanno a lavorare, le mamme stanno a casa.
Quello del lockdown potrebbe essere un momento per ridisegnare all’interno dei nuclei familiari ruoli e competenze dei genitori.
Perché viene quasi dato per scontato che ad aiutare a fare i compiti a casa siano necessariamente le mamme? Perché i rapporti con la scuola li devono tenere per forza le mamme? È necessaria anche con una riflessione da parte delle donne sul loro ruolo all’interno del nucleo familiare e sul ruolo della maternità. Il fatto che le donne si facciano così tanto carico della cura sicuramente è anche un riconoscimento sociale, perciò entrare nell’ottica di iniziare a delegare questo lavoro di cura, non è semplice. Si tratta di un’organizzazione sociale difficile da scardinare.

 

In conclusione, di questa vivace intervista ci è venuto spontaneo chiederle se ritiene che la Maternità sia un falso mito. La risposta di Milena Boccadoro è stata ancora una volta schietta e diretta.

Concordiamo con lei nel ritenere che la maternità sia ancora uno stereotipo, all’interno del quale si nascondono tante difficoltà. È giusto ritenere che una donna che non ha figli sia una donna che manca di qualcosa? La risposta non può che essere negativa. Dovremmo rivendicare il diritto di scegliere di non essere madri e la possibilità che la maternità non sia necessariamente al centro della vita di una donna.

Ritenendo di avere tanto su cui riflettere la salutiamo, ma riconosciamo di vivere in un mondo che per la sua mancanza di abitudine al “femminile” si è gravemente complicato la vita.

Lucia Giannini e Luciana Spina

Fonte immagine di copertina Telegiornaliste Fans Forum

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